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Pratica di Mindfulness per genitori imperfetti

Pratica di Mindfulness per genitori imperfetti

Pubblicato il: 22 dicembre 2018 alle 10:41 am

Ogni giorno i nostri figli ci mettono di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, alle nostre imperfezioni e inadeguatezze. Accade così con tutte le persone che amiamo. Vorremmo essere capaci di mostrar loro il meglio di noi ma questo desiderio irrealistico ci costringe spesso a fare i conti con quello che siamo.

Ecco dunque che i figli rappresentano un’ottima occasione per coltivare la consapevolezza e la compassione nella nostra vita. Consapevolezza dei nostri dubbi e delle nostre fragilità. Consapevolezza del fatto che non esiste il genitore perfetto, un modo univoco e corretto di agire. Compassione per i nostri e loro errori, per i  difficili dilemmi che incontriamo, per la sofferenza che inevitabilmente ci attraversa ma che ci porterà sicuramente a crescere, insieme a loro.

Proviamo a vedere come. Porterò alcuni esempi di vita vissuta, tanto ho solo l’imbarazzo della scelta.

Anni 3, al supermercato: il bambino si butta a terra facendo un capriccio molto rumoroso e visibile, tipo battere i pugni a terra alla fila della cassa per ottenere un ovetto di cioccolato (posizionato guarda a caso proprio davanti alle casse!). Ti senti in imbarazzo, irritata, impotente. Vorresti risolvere al più presto la situazione ma incespichi, passi da un tono autoritario a uno seduttivo e pensi “Dio fa che la smetta!”.

RESPIRA

Anni 15, a casa: entri nella sua camera e ti metti le mani nei capelli. Inizi a sbraitare per il solito disordine inaccettabile (per terra libri aperti, carte di caramelle, pennarelli senza tappo, computer, telefonino, un maglione puzzolente, un reggiseno, un paio di fazzoletti sporchi, …). E lei cosa fa? la volta successiva, semplicemente si chiude a chiave dentro, così non rompi. Ti innervosisci ancora di più per questa mancanza di educazione (chi l’avrà mai educata poi?), ti senti rifiutata, sbraiti ancora di più. Che fare? Come risolvere la situazione?

RESPIRA

Anni 7, a scuola: la maestra ti convoca per parlarti di un episodio spiacevole che ha coinvolto tuo figlio. Dopo aver vagliato nella mente tutti i peggiori scenari, vai a colloquio e scopri che trattasi di un disegno sconcio donato a una compagna di banco. Imbarazzo, divertimento e contegno. Cosa devi dire ora alla maestra? E a tuo figlio?

RESPIRA 

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Pubblicato in Focus - Scritto da Valeria Degiovanni

Ancora a chiedersi: mi vuoi bene?

Ancora a chiedersi: mi vuoi bene?

Pubblicato il: 8 dicembre 2018 alle 11:24 am

Molto spesso desideriamo che qualcuno ci voglia bene.

È un desiderio profondo e bambino, il desiderio di essere voluti ancor prima che ben voluti. Ci fa sentire importanti e degni, appunto, dell’amore dell’altro.

 

Altrettanto spesso ci capita di soffrire perché ci accorgiamo che l’altro non ci voglia bene, o almeno non abbastanza. Non abbastanza visceralmente, non abbastanza dichiaratamente, non abbastanza coraggiosamente. Non abbastanza. È una sofferenza da mancanza di ciò che sembra indispensabile per noi, quello di cui sentiamo un bisogno fottuto (e antico).

 

A volte ci arrabbiamo per questo. Ci arrabbiamo con l’altro: “che stronzo/a ed egoista” dice la nostra mente o la nostra bocca. Sviluppiamo pensieri vendicativi: “si pentirà di quello che mi ha fatto”. Oppure ci arrabbiamo con noi stessi “che stupido/a che sono, mi metto sempre con le persone sbagliate, c’è qualcosa che non va in me”. O ancora ci diamo spiegazioni universali e pericolosissime: “sono proprio sfortunato/a in amore (o nell’amicizia), capitano tutti/e a me, non piaccio a nessuno, non valgo niente”.

 

In alcuni casi soffriamo invece perché l’altro sembra amarci troppo, ci sentiamo invasi da questo amore, vorremmo limitarlo, contenerlo, controllarlo. Ci preoccupiamo di sentirci all’altezza di questo sentimento, capaci di meritarlo o di ricambiarlo. La nostra vita ci ha insegnato che nulla è gratuito e ci chiediamo dove sia l’inganno. Anche in questo caso soffriamo, spesso ci richiudiamo nel nostro mondo illusoriamente sicuro (ma privo di amore), ci allontaniamo dall’altro o alterniamo movimenti di avvicinamento e di allontanamento difficili da comprendere e da far comprendere.

 

Sentirsi degni di amore, amabili e amati in modo incondizionato è un bisogno primario e quanto meno è stato soddisfatto da piccoli, tanto più ce lo portiamo dietro da grandi, spesso in modo inconsapevole, ficcandoci in trappole relazionali.

 

Ed ecco come la mindfulness ci viene in aiuto. 

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Pubblicato in Focus - Scritto da Valeria Degiovanni