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La Mindfulness
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Ancora a chiedersi: mi vuoi bene?

Ancora a chiedersi: mi vuoi bene?

Pubblicato il: 8 dicembre 2018 alle 11:24 am

Molto spesso desideriamo che qualcuno ci voglia bene.

È un desiderio profondo e bambino, il desiderio di essere voluti ancor prima che ben voluti. Ci fa sentire importanti e degni, appunto, dell’amore dell’altro.

 

Altrettanto spesso ci capita di soffrire perché ci accorgiamo che l’altro non ci voglia bene, o almeno non abbastanza. Non abbastanza visceralmente, non abbastanza dichiaratamente, non abbastanza coraggiosamente. Non abbastanza. È una sofferenza da mancanza di ciò che sembra indispensabile per noi, quello di cui sentiamo un bisogno fottuto (e antico).

 

A volte ci arrabbiamo per questo. Ci arrabbiamo con l’altro: “che stronzo/a ed egoista” dice la nostra mente o la nostra bocca. Sviluppiamo pensieri vendicativi: “si pentirà di quello che mi ha fatto”. Oppure ci arrabbiamo con noi stessi “che stupido/a che sono, mi metto sempre con le persone sbagliate, c’è qualcosa che non va in me”. O ancora ci diamo spiegazioni universali e pericolosissime: “sono proprio sfortunato/a in amore (o nell’amicizia), capitano tutti/e a me, non piaccio a nessuno, non valgo niente”.

 

In alcuni casi soffriamo invece perché l’altro sembra amarci troppo, ci sentiamo invasi da questo amore, vorremmo limitarlo, contenerlo, controllarlo. Ci preoccupiamo di sentirci all’altezza di questo sentimento, capaci di meritarlo o di ricambiarlo. La nostra vita ci ha insegnato che nulla è gratuito e ci chiediamo dove sia l’inganno. Anche in questo caso soffriamo, spesso ci richiudiamo nel nostro mondo illusoriamente sicuro (ma privo di amore), ci allontaniamo dall’altro o alterniamo movimenti di avvicinamento e di allontanamento difficili da comprendere e da far comprendere.

 

Sentirsi degni di amore, amabili e amati in modo incondizionato è un bisogno primario e quanto meno è stato soddisfatto da piccoli, tanto più ce lo portiamo dietro da grandi, spesso in modo inconsapevole, ficcandoci in trappole relazionali.

 

Ed ecco come la mindfulness ci viene in aiuto. 

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Pubblicato in Focus - Scritto da Valeria Degiovanni

La Mindfulness è contro gli sprechi relazionali

La Mindfulness è contro gli sprechi relazionali

Pubblicato il: 29 novembre 2018 alle 7:43 pm


Ogni relazione è un regalo,

per 2 persone e per il mondo.

Uno sfiorarsi di cuori, di corpi, di menti,

uno sguardo incrociato di fragilità e di vita.

 

Sogni e desideri che si danno appuntamento,

paure e speranze che si contendono la scena.

Centimetri quadrati di pelle si avvicinano,

Chilometri di strade già battute si allontanano.

 

Ciò che è in nuce nasce,

Ciò che è in ombra cresce.

Il mondo si scuote, si sveglia, si abbellisce,

quello che non era previsto ha un luogo e un tempo in cui accadere.

 

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Pubblicato in Focus - Scritto da Valeria Degiovanni

Uscire dalle routine relazionali con l’aiuto della neo-corteccia

Uscire dalle routine relazionali con l’aiuto della neo-corteccia

Pubblicato il: 17 novembre 2018 alle 11:21 am

Uscire dalle routine relazionali è davvero un’impresa titanica ma di grande trasformazione personale, psicologica e fisica!

Non è affatto semplice abbandonare gli schemi mentali con cui ci orientiamo nella realtà, che ci guidano e ci rassicurano e sono talmente radicati da essere spesso inconsapevoli. La nostra mente tende per esempio a classificare immediatamente le persone che incontriamo tra amiche e nemiche, persone di cui mi posso fidare e da cui devo stare alla larga, persone da cui mi aspetto qualcosa (aiuto, sostegno, compagnia, divertimento, sesso, amicizia, condivisione di una passione, di un viaggio, …) e persone da cui non mi aspetto nulla (distanti, lontane, diverse, incompatibili, …), persone attraenti e persone verso cui non proviamo alcun interesse. È un istinto di sopravvivenza che si è evoluto per riconoscere nel più breve lasso di tempo un potenziale pericolo, un nemico, una minaccia e, viceversa, un probabile partner sessuale e riproduttivo, e far sopravvivere la specie.

 

Una parte del nostro cervello, infatti, il cosiddetto cervello rettiliano, tronco encefalico e strati sovrastanti, evolutosi per primo più o meno 500 milioni di anni fa, è responsabile delle attività basilari come la respirazione, il battito cardiaco, il sonno, il sesso, gli impulsi più forti. Un secondo cervello, il sistema limbico, sviluppatosi sopra e attorno al primo, circa 200 milioni di anni fa, ha poi il compito di tradurre in emozioni gli impulsi e i segnali del cervello più antico, per aiutarci a ricordare i nostri sentimenti, chi li ha causati e dove eravamo quando li abbiamo provati. Con questo cervello abbiamo anche iniziato ad occuparci dei nostri figli e della loro sopravvivenza. Solo 3 milioni e mezzo di anni fa, con l’homo sapiens, il nostro cervello ha avuto un ulteriore scatto di crescita negli emisferi e si è sviluppato il cosiddetto terzo cervello, ovvero la neo-corteccia, responsabile dell’auto-regolazione emotiva, del controllo degli impulsi, della risoluzione di problemi complessi, della capacità di prendere decisioni, dell’attenzione intenzionale, dell’empatia e della cosiddetta meta-cognizione, ovvero la capacità di riconoscere e guardare i nostri pensieri.

 

Non dobbiamo commettere l’errore di classificare questi 3 cervelli, di cui siamo tutti dotati, come buoni o cattivi. Ognuno di essi infatti svolge una funzione fondamentale. Cosa sarebbe il sesso senza il cervello rettiliano? Come faremmo a tenerci lontani dal fuoco se non avessimo la memoria del nostro sistema limbico? Come potremmo fare scelte di vita complesse, come iniziare una relazione, intraprendere un viaggio, cambiare lavoro, senza la nostra corteccia pre-frontale?

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Pubblicato in Focus - Scritto da Valeria Degiovanni

Contatto e disagio, un binomio potente

Contatto e disagio, un binomio potente

Pubblicato il: 9 novembre 2018 alle 6:40 pm

 

Per scoprire qualcosa di nuovo in noi, per dare un nuovo colore, un nuovo suono, una nuova possibilità alla nostra vita, abbiamo bisogno di aprirci al contatto. Contatto con l’altro, con la natura, con noi stessi, contatto con le note più profonde, più nascoste e più difficili della nostra gamma esistenziale.

 

Dare nuovo senso alla vita attraverso il contatto, significa scoprire continuamente ciò che ci unisce e non ci separa. Ma da chi? Da cosa? Da chi siede accanto a noi in treno mentre andiamo al lavoro, dalla persona che attraversa la strada mentre siamo fermi al semaforo, dal fiore sbocciato inspiegabilmente tra le foglie morte, dal bambino che piange inconsolabile dall’altra parte del muro, dalla donna che ostenta il suo corpo su un cartellone pubblicitario, dal cane che abbaia al di là del cancello, dall’uomo che dorme sul ciglio della strada, dal ragazzo che beve una birra di troppo, dal timido tentativo di conoscenza di uno sconosciuto, da chi ci scrive un messaggio banale, da chi ci chiede come stiamo senza volerlo veramente sapere, da chi ci ama senza essere ricambiato, da chi ci odia, ci invidia, ci critica, da chi ci abbraccia all’improvviso e poi ci guarda da lontano, da chi si preoccupa per noi e ci cammina di fianco, da chi ci pensa senza dirlo, da chi ci vuole bene senza saperlo, …

 

Aprire le nostre solitudini alle solitudini del mondo, sporgersi in avanti e perdere l’equilibrio, alzare gli occhi e incontrare l’altro, senza paura, presunzione e giudizio, con il cuore aperto, lo sguardo curioso, il sorriso pronto, questo è il contatto che ci trasforma e ci permette di conoscere nuove parti di noi, trasformare le nostre vite e viverne di nuove.

 

Ma come si fa? 

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Pubblicato in Focus - Scritto da Valeria Degiovanni

Senza giudizio o spregiudicati?

Senza giudizio o spregiudicati?

Pubblicato il: 28 ottobre 2018 alle 11:46 am

Quando si coltiva il non giudizio nella propria vita si perdono molti pudori.

Soprattutto in ambito relazionale, iniziamo a lasciar andare tante sovrastrutture, culturali e personali, che rendono i rapporti statici, confinati dentro schemi ripetitivi, privi di creatività.

Togliere il giudizio dalle relazioni è un bel regalo che facciamo prima di tutto a noi stessi, ma anche all’altro, spogliandoci di quegli abiti che offuscano la nostra bellezza più autentica. La bellezza delle imperfezioni, degli errori, delle parti di noi buffe e strane, di quelle che odiamo o detestiamo, di quelle dispettose o vanitose, e di quelle che nascondiamo con convinzione al mondo.

E’ bellissima la sensazione di essere nudi di fronte all’altro, senza maschere e senza finzioni.

Quello che possiamo notare, in queste situazioni, è che più siamo spontanei e genuini più l’altro si mostra a noi in modo speculare. Ed è davvero intensa l’esperienza di intimità che si crea, ci si tuffa l’uno dentro l’atro non importa se per un attimo, per una notte o per un tratto di vita intero.

All’inizio non ce ne accorgiamo, agiamo secondo copioni già scritti e imparati a memoria, in una memoria ancestrale a volte, di cui pensiamo di essere costituiti e non vestiti. Forse perché non si tratta di un abito scelto da noi, ma di un regalo del nostro passato, della nostra storia e della storia dei nostri antenati, crediamo di esserne impastati, irrimediabilmente.

Ma non è così, …

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Pubblicato in Focus - Scritto da Valeria Degiovanni